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COOP DI COMUNITA’, RIPARTE LA SCUOLA. L’INTERVENTO DI GIOVANNI TENEGGI

COOP DI COMUNITA’, RIPARTE LA SCUOLA. L’INTERVENTO DI GIOVANNI TENEGGI

Categorie: Dalla ConfcooperativeSolidarietà Sociale

Tags: Primo Piano,   cooperative di comunità,   Teneggi

Ritorna la Scuola delle Cooperative di Comunità, promossa da Confcooperative Emilia Romagna e Legacoop Emilia Romagna, a Succiso e Cerreto Alpi nell’alto Appennino reggiano: quattro giornate di confronto e approfondimento nel coinvolgente contesto del Parco dell’Appennino tosco-emiliano.

Il tema di quest’anno “Piattaforme comunitarie per economie plurali” intende mettere al centro il paradigma e le pratiche della cooperazione di comunità come strumento per alimentare nuove forme mutualismo e di economie di luogo promosse da abitanti. 

La scuola, come sempre, metterà al centro delle conversazioni le esperienze, gli apprendimenti e le competenze maturate in questi anni, con l’intento di alimentare una riflessione circolare con i partecipanti, da sempre co-protagonisti e co-produttori di questa comune esperienza formativa.

Gli incontri si svolgeranno secondo il seguente calendario e secondo il programma ALLEGATO:

• Succiso, Valle dei Cavalieri. 22-23 marzo 2019

• Cerreto Alpi, Briganti del Cerreto. 5-6 aprile 2019 

Alla vigilia dell’avvio della n uova edizione della Scuola, il direttore di Confcooperative Reggio Emilia, Giovanni Teneggi, responsabile nazionale delle cooperative di comunità per Confcooperative, ha scritto una serie di riflessioni apparse sul settimanale Vita. Di seguito riportiamo l’intervento integrale.  

Ovunque e inaspettatamente scopriamo iniziative sociali ed economiche volte a riallestire pezzi di comunità. Riprendono flutti, memorie o brandelli di umanità ancora incarnata in un’appartenenza territoriale. Nel mare dell’accessibilità totale, senza più tempo e spazio, cresce il numero di persone in cerca di posti da abitare e sentire nuovamente propri. 

Terreferme solide dove potere nuovamente accogliersi toccando e sentendo le proprie voci, anche sussurrate o mute. Gridano che questo è il mare più profondo, la migrazione più imponente: vite perse, rifiutate da portali chiusi a condivisioni autentiche e reciproche. Compaiono isole fatte di gente, trame di vita tenute insieme dal loro racconto. Difficile dire se si tratta dell’anomalia finale o di una divergenza sorgente in questo tempo di passaggio. Di certo abbiamo il moltiplicarsi delle veglie che con nuovi racconti hanno sorprendentemente allungato la loro notte, ora in piedi, in attesa di albe e giorni che, spenta l’ultima luce, nessuno osava più sognare. 

I progetti di intraprendenza comunitaria che danno nuovo respiro a borghi e quartieri, in giro per il Paese, con nuove forme di cooperazione fra persone, imprese e istituzioni, sono immagine del presente culturale e sociale che viviamo, dei suoi elementi di crisi più intimi, delle sue potenzialità più segrete. Rivelano da un lato le ragioni profonde dell’inabissamento dei loro luoghi, dall’altro le condizioni essenziali, anche pratiche, per la loro riemersione. Una chiave che potremmo denominare oltreconfine, perché consistente esattamente nell’oltrepassamento dei perimetri culturali, sociali, amministrativi e ambientali che hanno racchiuso per oltre un secolo le aree che ne sono protagoniste. 

Oltre confine sono andate le genti che le abitavano per tradizione — i nostri padri — fuggendone per cercare lavoro, quando l’avvento industriale ha fatto credere che l’unico vero che si poteva dire tale era quello salariato. L’affermarsi dello Stato dichiarava che di quelle comunità come molecola sociale e istituzionale di nutrimento dello sviluppo personale e democratico si poteva fare a meno. 

Le stesse genti hanno spinto allora i loro figli — noi — a lasciarle, abbandonandone le identità e i saperi per trovare altrove dignità ed emancipazione sociale. Dal rione e dalla terra bisognava togliere le mani e la vita per essere riconosciuti e sentirsi del tempo giusto, darsi un domani. 

Ancora lì — vecchi, arrabbiati e rancorosi - coloro che non ci sono riusciti. Le persone che vogliono riabitiarle, ovunque si trovino, dentro o fuori a quel perimetro, ne portino il cognome oppure no, devono fare i conti nuovamente con quel confine. Rifare propria quella terra e oltrepassarne ancora il limite. Adozione e sconfinamento sono le parole fondamentali dei racconti di rinascita, il codice sorgente di questa nuova intenzionale intraprendenza comunitaria. 

Che sia espressa da abitanti nativi, ritornanti o alieni, il gesto decisivo di innesco è di adozione. Nuovi abitanti — padri e madri — che adottano paesi e quartieri — figli — che glielo consentono. Un gesto comune, civico, politico e di amore sconvolgente. Da qui, oggi, passa ovunque una definizione credibile di cittadinanza: da terra di tradizione o nascita, a terra di adozione. Nuovamente luogo, quello spazio di vita evidenzia la necessità e offre il potere di abbattere ogni confine culturale, sociale e fisico. 

Il primo gesto richiesto a chi entra è dirompente: la sfida dei luoghi per la vita è essere riconosciuti come centri sconfinati universalmente abitabili. Tutti gli elementi di confino che hanno causato la loro perdita negli ultimi poderosi decenni di smantellamento sociale dello stato giocano ora a favore di questa centralità e diventano strumento di sconfinamento: le tecnologie digitali, le reti, il mercato, la codificazione culturale. Si può stare in un luogo qualsiasi nel mondo e viverci bene a condizione di esserci insieme ad altri condividendone l’abitazione. 

La cittadinanza sarà data a chi vuole adottarlo nelle forme creative che lo rappresentano, l’identità sarà di narrazione e scoperta, la conoscenza e la produzione culturale il suo valore più grande, il mercato la sua via di comunicazione. Il confine sarà portato in giro dai suoi cittadini di adozione e relazione, ovunque stiano nel mondo e nel tempo. Non pensiamo nemmeno per un attimo che questa rappresentazione dell’impresa comunitaria e delle sue condizioni (adozione e sconfinamento) sia una sosta letteraria di ciò che attende invece manuali tecnici e numeri. 

Non c’è nessuna differenza, nulla di più concreto e convincente che possa dirsi al riguardo per programmare le condizioni organizzative e di business alle quali dobbiamo pensare per far di conto guardando al futuro. 

Nella chiave rivelata da queste esperienze noi troviamo le condizioni fondamentali per dire impresa comunitaria considerandola, come si deve e con le sue regole, un nuovo istituto politico ed economico capace di creare sviluppo e opportunità dove dispositivi pubblici e privati noti hanno fallito il loro compito.  

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